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Compagni

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E’ un pomeriggio fresco dall’aria secca, anch’essa fresca, di tanto in tanto refoli di vento sollevano nugoli di foglie avvizzite come la stagione comanda. La polvere del centro storico mi avvolge come una coperta chiudendomi gli occhi, nel riaprirli faticosamente scorgo due figure, due uomini che un’ attimo prima non avevo notato, forse perché distratto dall’andirivieni delle persone o, perché guardavo senza osservare. L’uno seduto accanto all’altro, paiono ignorarsi come telamoni immobili nello sguardo, impegnati a sostenere un gravoso architrave. La gente che gremisce la piccola piazza del borgo si muove dattorno confusamente, celiando, banchettando come se quelle due persone non esistessero che per i loro stretti familiari, impegnati nell’accudire amorevolmente i congiunti terribilmente invecchiati.

Il contrasto stridente tra la staticità e il dinamismo dei soggetti, colpisce come una scudisciata la mia sensibilità, emerge la tragedia personale in un contesto dove il nettare della vita sgorga dai sorrisi, dalle pacche, dalle espressioni giulive. In questa piazza, pur immersi nel chiasso i due uomini sembrano soli, chiusi in un tenebroso silenzio, i loro volti inespressivi, gli occhi vuoti, assenti, un tempo erano pervasi dalla vita, intraprendenti, padroni della loro esistenza. Ora sono seduti, si muovono lentamente, la loro espressione cambia in una smorfia di pianto disperato ma fugace, pronta a ritornare all’iniziale immobilità. Il signore con la giacca, dal fisico prestante viene seguito dall’occhio vigile dell’anziana madre, la quale, come si fa con un fanciullo, corregge le storture comportamentali di un uomo, tornato bambino inconsapevole. L’altro alterna accessi di pianto, a movimenti improvvisi del capo come se fosse alla ricerca di un volto amico, familiare, di un appiglio per tenersi a galla. Questa è la progressiva demenza legata all’evoluzione del morbo di Alzheimer, il mostro distruttore di memorie si impadronisce dei ricordi, del passato e del presente degli individui, riducendoli a meri oggetti, manichini da spostare ora qua ora la, privi di coscienza vivono in un mondo altro da quello del vivere, dimentichi di tutto quello che hanno rappresentato per gli altri, di quello che sono stati, dei successi e degli insuccessi. Il ricordo dei figli verrà presto ingoiato dalla malattia, i dolori le soddisfazioni più grandi verranno cancellate inesorabilmente, tutto ciò che compone l’essenza di un essere umano svanirà fra la nebbie dell’ebetudine, come se nulla fosse mai esistito. La fine della vita cosciente accelera l’evoluzione perniciosa del decadimento fisico. Quelle due persone sedute nel polveroso borgo antico del paese, resteranno scolpite per sempre nella mia memoria. Mai dimenticherò il brivido di paura che mi percorse la schiena, il risentimento di pietà suscitatomi da quei padri tornati ad essere figli indifesi, bisognosi di cure, di dedizione assoluta. Amare i nostri cari non solo quando la vita ci sorride e, ci avvolge con il suo calore, ma anche quando ci spinge nel buio più tenebroso e nel freddo più insopportabile, quando tutto ci appare lontano e irraggiungibile nonostante gli sforzi; è in quei momenti che si manifesta il sentimento più autentico, capace di vincere l’ineluttabilità della morte. Fra i pensieri che improvvisamente attraversano come una folgore la mia mente, il ricordo di Marcel Proust è il più luminoso e, la sua Recherche, dalla cui lettura riemersi profondamente cambiato, si pone come antitesi al mostro demolitore di memorie. Il simbolista nel suo capolavoro ricostruisce per intero la sua vita, evocando ogni piccolo frammento di esistenza, un volto femminile, gli amori, i luoghi frequentati, gli amici, i lutti, sono tasselli di un mosaico variopinto, che definisce la sua vita, nella quale ci possiamo riconoscere . Mi chiedo cosa proverebbe un uomo come Proust dinanzi al progressivo indebolimento di una memoria, alla distruzione dell’identità umana, sicuramente sgomento, lui che attingendo alla fonte dei ricordi ha edificato la più grande cattedrale letteraria di ogni tempo, non sopporterebbe il peggiore fra i mali. Mentre concludo questo racconto ho davanti agli occhi l’immagine da cui sono partito e che mi ha ispirato, nel dipingere questo piccolo affresco: uomini come foglie appese ad un albero in autunno, mentre spira un forte vento.

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.