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Loris

 

LORIS

 

 

 

La nostra vita è costellata di eventi, cose, successi e insuccessi ma soprattutto di persone, alcune delle quali non vediamo l’ora di dimenticarle appena conosciute, magari per quella sensazione talvolta sgradevole che proviamo nel conversare con loro, talaltra per l’intollerabile e assoluta lontananza che quell’essere ci suscita.

Gli individui alle volte ci appaiono come elementi estranei, provenienti da un altro pianeta, inavvicinabili per noi e per chiunque altro, altre volte si ha la fortuna di incontrare persone virtuose, dionisiache con le quali vorremmo parlare per sempre e, se fosse possibile fermare il tempo, lo faremmo senza esitare; lo fermeremmo a comando sulle frasi che più ci esaltano o ci arricchiscono, sulle risposte che cercavamo da tempo e che finalmente sgorgano come linfa dalle labbra del nostro interlocutore, lo arresteremmo sulle movenze, sulle occhiate più armoniose che accompagnano la conversazione, come i gesti ora imperiosi ora leggiadri di un direttore d’orchestra impegnato nel plasmare i disegni melodici di ogni orchestrale.

Il tempo invece scorre e va, guardando sempre avanti, a questa nostra creatura non importa nulla dei nostri momenti felici, dove il desiderio sarebbe quello di vedere tramutati in ore i minuti, in giorni le ore; così come si disinteressa delle tragedie, dei drammi che possono piombare addosso a chiunque come un rapace affamato a caccia di prede, in questi casi l’auspicio sarebbe di veder volare via gli istanti che scandiscono quel dolore come un metronomo, dovrebbero estinguersi cosi repentinamente da cancellare, senza accorgersene, la percezione dalla loro presenza, del loro mesto passaggio. Il dolore e la gioia stravolgono soggettivamente la percezione del tempo. C’ è chi si sente lontano dai momenti tristi della sua vita, da quegli infausti frammenti di tempo che vorrebbero cancellare, come una formula matematica mal digerita che appare sbiadita ma ancora visibile alla lavagna; C’è chi invece resta imprigionato per tutta la vita fra le maglie del dolore e più tenta di divincolarsi più la pesante rete gli si stringe addosso avvinghiandolo.

Sono partito da lontano con l’intento di raccontare una storia, che è più una testimonianza diretta, vissuta da bambino e durante l’adolescenza. Il primo libro che lessi fu Il richiamo della foresta di Jack London, e fu il regalo di una signora, vicina di casa, che per il mio ottavo compleanno bussò dolcemente alla porta, ma per uno strano caso non trovò nessuno ad aprirgli, io c’ero ma ero troppo distante per accorrere in tempo, preso come ero da giochi infantili; lo lasciò infiocchettato sul travertino della soglia, io incuriosito cercai di evaderlo, al tatto si poteva intuire cosa fosse, scartandolo non ebbi un sussulto di gioia, i libri per un bambino di otto anni possono non essere il massimo del divertimento. Prima lo guardai con distacco, poi sollevai la copertina e scorsi una dedica: “Buon compleanno Giuseppe e buona lettura da Elda e Assunta”. Nerola 10. 07. 1990. Il libro aveva pagine cartonate che sembravano macigni, cominciai a scorrerle, gli splendidi paesaggi che vi erano descritti mi rapirono, potevo persino sentire il vento gelido delle Montagne Rocciose nordamericane che imperversava su ogni cosa, da lì cominciò la mia passione per i libri, la mia vita.

Elda per tutti era la signora, mi abituai presto a sentirla chiamare così, come un tempo si faceva rivolgendosi ai notabili, alle persone in vista del posto, ai padroni che pretendevano levate di cappello dagli uomini di rango inferiore. Ai compaesani veniva quasi naturale parlarle con ossequio e riverenza, era la moglie di un fotografo cinematografico, per molti anni abitarono a Roma ed ebbero frequentazioni notevoli tra i registi, poi decisero di trasferirsi in provincia, nel mio paese dove comperarono una casa contigua a quella di mio nonno, dove io tuttora abito.

La sua “diversità” emergeva ad ogni piè sospinto, la nobiltà della sua persona suscitava risa malcelate per le vie del paese, giacché gli abitanti erano abituati alla naturale grossolanità che costituiva la peculiarità preponderante.

Le nostre famiglie divennero amiche, frequenti erano gli inviti a casa sua durante i lunghi pomeriggi d’estate, le indimenticabili cene dell’epifania a base di pesto alla genovese, per ricordare un po le origini, i suoi sorrisi che alle volte sgorgavano naturali quando mia nonna si lasciava andare al potente dialetto delle origini. La sincera cortesia dei coniugi Bellero mi colpì subito, una educazione connaturata impediva loro di alzare la voce, mi divertivo a vedere la nonna tendere l’orecchio per cogliere il significato di un’eloquenza che si manifestava con un movimento conigliesco delle labbra. La signora era molto loquace, Carlo suo marito, che morì quando avevo sei anni, lo ricordo in immagini sfuocate come una persona riservata ma non schiva, con un sorriso nobile perennemente disegnato sul volto e mai sguaiato; ancora conservo delle fotografie scattate da lui, veri e propri gioielli, non perché il soggetto della stesse sia io, bensì per la perfezione tecnica che promanano.

Un giorno chiesi a mia madre della diversità di quelle foto, si riconosceva lontano un miglio la mano esperta di un professionista, e lei cominciò a raccontare la gentilezza non affettata del sig. Carlo nell’ avvicinarsi e chiedere in prestito il bel volto di un bambino di tre, quattro anni al massimo, mi madre accettò l’invito senza esitare. La raccomandazione di Carlo fu educatamente perentoria – “porti suo figlio alle 18:15 a casa mia, non più tardi, la prego altrimenti è inutile”.

La precisione della frase colpì mia madre, l’indomani puntuali arrivammo a casa sua,

mia madre chiese le ragioni di un orario così meticoloso e il sig. Carlo rispose candidamente “la luce signora, la luce…vede al tramonto le coloriture dei volti cambiano rendendo impercettibilmente diversa una persona, anche piccola come suo figlio”. Cos’è che cambia? Rispose mia madre “ il crepuscolo veste di malinconia i volti, ed io vorrei incorniciare suo figlio con questa malinconia, che è quella di un giorno che volge al termine, il crepuscolo sancisce la fine di qualcosa, e l’attimo in cui vediamo il sole scendere all’orizzonte è sempre malinconico. Vede a me interessa il contrasto fragoroso fra la cornice tiepidamente malinconica di un giorno che se ne va coi suoi affanni e, la freschezza mista a candore di un volto ancora bambino.

Capisco, disse la mamma rapita dalle parole di Carlo. Salimmo le scale, lui come un anfitrione ci precedeva, e col suo tono educato ci diceva come avrebbe proceduto, dove mi avrebbe posizionato, quale inclinazione dare alla mia testa. Intanto guardavo coi miei occhi da bambino l’ambiente, che a me appariva gigantesco, la stessa rampa di scale mi affaticò, come di solito accade agli anziani. Girato l’angolo dopo l’ultimo gradino entrammo nella sala da pranzo, su una poltrona era seduta Elda con un libro in mano, mi fu impossibile capire di che si trattasse poiché ancora non sapevo leggere, la salutai con un bacio sulla guancia mentre Carlo mi prese per mano e mi fece sedere su uno sgabello intarsiato, la mamma si sedette di fronte ad Elda, sul divano rivestito di un sericeo tessuto floreale, Carlo faticò non poco per attirare la mia attenzione, non faceva in tempo ad allontanarsi verso il cavalletto su cui era issata la macchina fotografica che io, da impertinente, roteavo il capo dappertutto, impedendo lo scatto. Mia madre decise allora di alzarsi, si avvicinò, mi riposizionò correttamente e per farmi tacere portò alla bocca il dito indice, sembrava fatta per Carlo, era pronto ad azionare con il suo indice la macchina, mentre sollevavo il mio e lo portavo alla bocca per imitazione con l’unghia rivolta verso la mamma, lo scatto arrivò e la foto portò con se la studiata preparazione e la bellezza della spontaneità.

La sala era grande, una libreria occupava la parete più lunga, sugli scaffali non c’erano solo libri, ricordo un’intera collezione di dischi in vinile, Carlo era un appassionato di musica classica, tante foto piccole e grandi, tutte incorniciate in legno, in silver. Le foto sono l’unico mezzo che abbiamo in grado di fermare il tempo,

ricordi di viaggi, luoghi, volti che non sono più.

L’immagine che attirò la mia curiosità di bambino fu quella di un ragazzo, la sua foto era libera senza cornice, la presi con violenza in maniera sconsiderata, la sig. Elda sobbalzò, cambiò espressione si fece quasi minacciosa, la strappò dalle mie mani profanatrici, come se fossi stato un adulto capace di subodorare le altrui sensibilità, disse con voce strozzata stringendo la foto al petto “il mio Loris”, in quel momento non esisteva più nessuno, ne io reo dell’improvvisa situazione, ne mia madre spettatrice allibita, nemmeno suo marito Carlo esisteva più, tutta compresa del suo doloroso ricordo se ne stava raggomitolata sulla poltrona. Carlo, che era poco più in là, smontato il cavalletto si avvicinò, prese mia madre ed io, attaccato a lei come un cucciolo di canguro affacciato dalla sacca marsupiale ricevetti un sorriso che mi riportò alla tranquillità, a mia madre disse che il loro primogenito Loris morì di leucemia a soli ventidue anni, nel ‘ 72 e che da allora non fu più la stessa, non riuscì ad elaborare il lutto, a coltivare il ricordo del figlio serenamente con dolcezza.

Ogni frammento di vita vissuto con lui e rievocato si traduceva in dolore lancinante e in un pianto disperato.

Il sig. Carlo ci accompagnò alla porta, si mostrava desolato per la reazione della moglie, la mamma ribadiva che non avrebbe dovuto scusarsi, e che un gesto simile fosse comprensibile da parte di una madre che ha assistito alla morte del proprio figlio. Carlo rispose annuendo educatamente e proferendo un’ultima frase :“I genitori non dovrebbero sopravvivere ai figli e forse non dovrebbero nemmeno generarli sapendo che questi prima o poi moriranno”. Poi, poco prima dei saluti aggiunse: “Stringa forte il suo bambino, quando piangerà, quando avrà paura e vorrà sentirsi al riparo nel cavo della sua spalla, lo faccia anche per mia moglie che lo ha perso tanti anni fa”. Due anni dopo Carlo morì stroncato da un infarto. La sig. Elda visse altri dieci anni, con il passare del tempo non fu più la stessa, la salute l’abbandonò e si spense da sola nel suo letto. Noi vicini preoccupati perché non la vedevamo uscire come di solito faceva, la ritrovammo adagiata su un fianco, sembrava essersi appena addormentata, fredda, con le pillole sciolte ancora sul comodino.

A me piace pensare che abbiano ricostituito quell’unione virtuosa in un altrove che non conosco: Carlo, Elda e Loris finalmente liberi dalle sofferenze terrene, per sempre insieme.

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.

2 Risposte a “Loris”

  1. Carissimo,
    cercandoti come promesso nel vasto mondo internettiano, come prima pagina Loris mi trovò.. Mi sono appassionato. Da prima lettura (lo rileggerò nei prossimi giorni – come si deve) mi sarebbe piaciuto che fosse più ampio per poter divertirmi di più. La punteggiatura non sempre convince e il difettare di precisione non sempre equivale ad errare, può aiutare in certi casi ad avvicinare. La ricercatezza è bella se non razionale e dannunziana. Son contento che un libro ti abbia trovato in tenera età e che proprio Elda ne sia stata l’artefice. A presto!

    1. Grazie per avermi letto, il tuo commento mi ha lusigato. Le imprecisioni sono dovute al fatto che “Loris” è stato tra i primissimi racconti che ho avuto la fortuna di scrivere (stile ancora acerbo e forma tentennante). Il vate è davvero troppo…Ti consiglierei di leggere i dialoghi e il “Restauratore”, “Madagascar”, “In un caffè”. Tutti i racconti insomma. Grazie, farò tesoro dei tuoi suggerimenti. Un abbraccio a presto.

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