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Ernest Hemingway

ERNEST  MILLER  HEMINGWAY

 

A cura di Giuseppe Cetorelli

 

 “In fede mia, non m’importa; un uomo non può morire che una volta; una morte dobbiamo a Dio e vada come vuole, chi muore quest’anno non dovrà farlo quello successivo.” 

Oak Park, Illinois 1899 – Ketchum, Idao 1961, scrittore statunitense.  Compiuti gli studi, iniziò a lavorare come cronista del “Kansas City Star”, ma sul finire della prima guerra mondiale lasciò l’incarico per partire volontario per il fronte italiano, dove fu gravemente ferito. Dopo la guerra, divenuto corrispondente del “Toronto Star”, si trasferì a Parigi; qui conobbe Ezra Pound e Gertrude Stein, che lo incoraggiarono a scrivere, e si legò d’amicizia con Francis Scott Fitzgerald. A partire dal 1927 trascorse lunghi periodi Key West (Florida), in Spagna e in Africa. Fu corrispondente durate la guerra civile spagnola e, per conto dell’esercito degli Stati Uniti, durante il secondo conflitto mondiale. Alla fine della guerra andò a vivere a Cuba, vicino all’Avana, e intorno al 1958 si trasferì a Ketchum, dove nel 1961 si tolse la vita. Nelle prime opere, Hemingway descrisse due classi di individui: uomini che, privati di ogni fede nei valori morali dalle vicende spietate della guerra, conducono un’esistenza cinica, attenti soltanto a soddisfare le proprie istanze emotive; oppure persone dal carattere semplice e dalle emozioni elementari, che come i pugili e i toreri sanno battersi coraggiosamente contro l’avversario e le circostanze della vita, pur nella consapevolezza dell’inutilità della lotta. Sul finire degli anni trenta l’interesse di Hemingway si spostò dal tema della sconfitta e della resa agli eventi verso i problemi sociali. Il romanzo avere e non avere (1937), portato sullo schermo da Howard Hawks nel 1944, e il testo teatrale La quinta colonna, pubblicato insieme ai Quarantanove racconti (1938), esprimono una violenta condanna delle ingiustizie economiche e sociali. Fra i racconti confluiti nella raccolta figurano due tra i più famosi della sua produzione, storie dall’architettura perfetta : Breve la vita felice di Francis Macomber e Le nevi del Klimangiaro. I quarantanove racconti, sono stati considerati fin dal loro apparire una delle opere fondamentali del grande scrittore americano, forse il punto più alto e rappresentativo della sua tecnica narrativa. Nel 1940 diede alle stampe un altro capolavoro, Per chi suona la campana, ispirato dalle esperienze della guerra civile spagnola vissuta come corrispondente nel 1937. Per l’acuta penetrazione psicologica, la narrazione lucida e imparziale e la profonda umanità, Per chi suona la campana è uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi.

Nel 1952 pubblicò Il vecchio e il mare, che ottenne il premio Pulitzer per la narrativa (1953) : “Dopo ottantaquattro giorni durante i quali non è riuscito a pescare nulla, il vecchio Santiago vive, nel suo villaggio e nei confronti di se stesso, la condizione di isolamento di chi è stato colpito da una maledizione. Solo la solidarietà del giovanissimo Manolo e il mitico esempio di Joe Di Maggio, imbattibile giocatore di baseball, gli permetteranno di trovare la forza di riprendere il mare per una pesca che rinnova il suo appendistato di pescatore e ne sigilla la simbolica iniziazione. Nella disperata caccia a un enorme pesce spada dei Caraibi, nella lotta, quasi letteralmente a mani nude, contro gli squali che un pezzo alla volta gli strappano la preda, lasciandogli solo il simbolo della vittoria e della maledizione sconfitta, Santiago stabilisce, forse per la prima volta, una vera fratellanza con le forze incontenibili della natura e, soprattutto, trova dentro di sè il segno e la presenza del proprio coraggio, la giustificazione di tutta una vita. Alla fine della propria carriera di scrittore Ernest Hemingway rimedita i temi fondamentali della sua opera  nella cornice simbolica di un’epica individuale, e insieme ripercorre i grandi paradigmi letterari che, come Moby Dick, hanno reso unica la letteratura americana”.

INCIPIT

“Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce…”       Il vecchio e il mare

 

“Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico…”      Per chi suona la campana

 

“Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume  c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali…”           Addio alle armi 

 

“La prima volta che andai a una corrida mi aspettavo di rimanere inorridito e forse nauseato da ciò che mi avevano detto sarebbe accaduto ai cavalli…”                   Morte nel pomeriggio

 

“Eravamo seduti nel rifugio costruito dai cacciatori wanderobo con frasche e ramoscelli al limite del lick salato, quando udimmo avvicnarsi il camion. Dapprima era molto lontano e non si poteva capire che rumore fosse; poi si fermò e sperammo di non avere udito nulla, o solo il vento. Ma riprese lentamente, più vicino e sempre più rumoroso, non ci poteva essere dubbio ormai, finchè terminando in un fracasso di esplosioni irregolari passò vicinissimo dietro a noi, proseguendo su per la strada. Uno dei due battitori, quello melodrammatico, si alzò in piedi…”

                                                                                                                                                                                                                          Verdi colline d’Africa                                                                                                                                                                                                                                             

 L’arte del racconto…

In un altro paese


In autunno c’era ancora la guerra, ma noi non ci andavamo più. Faceva freddo in autunno, a Milano, e il buio calava molto presto. Allora si accendevano le luci elettriche, ed era divertente camminare per le strade guardando le vetrine.
C’era molta selvaggina appesa davanti ai negozi, e la neve spolverava la pelliccia delle volpi e il vento ne gonfiava la coda. I cervi penzolavano rigidi e vuoti e pesanti, e gli uccellini si gonfiavano al vento e il vento ne scompigliava le piume. Era un autunno freddo, il vento veniva giù dalle montagne.
Ogni pomeriggio andavamo tutti all’ospedale, e c’erano vari modi di arrivarci, nel crepuscolo, attraverso la città. Due di questi modi erano seguendo i canali, ma la strada era lunga. Sempre, però, per entrare nell’ospedale, si attraversava un ponte su un canale. Si poteva scegliere fra tre ponti. Su uno di essi una donna vendeva caldarroste. Si stava al calduccio, davanti al fuoco della sua carbonella, e dopo le castagne erano calde nella tua tasca. L’ospedale era molto vecchio e molto bello, e si entrava da un cancello, si attraversava un cortile e si usciva da un cancello dalla parte opposta. Di solito c’erano dei funerali che partivano dal cortile. Oltre il vecchio ospedale c’erano i nuovi padiglioni in muratura, e là c’incontravamo ogni pomeriggio, eravamo tutti molto gentili e molto interessati a quello che affliggeva tizio o caio, e stavamo seduti nelle macchine che dovevano cambiare ogni cosa, o quasi.
Il dottore si avvicinò alla macchina dove stavo seduto io e disse: – Cosa le piaceva fare di più, prima della guerra? Praticava uno sport?
Dissi: – Si, il football.
– Bene, – disse lui. – Potrà tornare a giocare a football meglio che mai.
Il mio ginocchio non si piegava e la gamba pendeva irrigidita dal ginocchio alla caviglia, senza polpaccio, e la macchina doveva piegare il ginocchio e farlo muovere come se andassi in bicicletta. Ancora non si piegava, però, e quando veniva il momento di piegarlo, era la macchina, invece, a incepparsi. Il dottore disse: – Tutto questo passerà. Lei è un giovanotto fortunato. Tornerà a giocare a football come un campione.
Nella macchina vicina c’era un maggiore che aveva una mano piccola come quella di un bambino. Mi strizzò l’occhio quando il dottore gli visitò la mano, che era tra due cinghie di cuoio che saltavano su e giù e facevano muovere le dita irrigidite, e disse: – E giocherò anch’io a football, capitano medico? – Era stato un grandissimo schermitore, e prima della guerra il più grande schermitore italiano.
Il dottore andò nel suo ufficio, in una stanza in fondo alla sala, e ci portò una fotografia che mostrava una mano che, prima della cura, era piccola quasi come quella del maggiore, e che dopo era un po’ più grande. Il maggiore tenne la fotografia con la mano buona e la studiò molto attentamente. – Una ferita? – chiese.
– Un infortunio sul lavoro, – disse il dottore.
– Molto interessante, molto interessante, – disse il maggiore, e la restituì al dottore.
– Ha fiducia?
– No, – disse il maggiore.
C’erano tre ragazzi che venivano ogni giorno e avevano circa la mia età. Erano di Milano, tutt’e tre, e uno doveva fare l’avvocato, uno il pittore, e uno avrebbe voluto fare la carriera militare, e quando avevamo finito con le macchine a volte tornavamo insieme al Caffè Cova, che era vicino alla Scala. Poiché eravamo in quattro, prendevamo la via più breve attraverso il quartiere comunista perché eravamo in quattro. La gente ci odiava perché eravamo ufficiali, e da un’osteria, mentre passavamo, qualcuno gridava: – Abbasso gli ufficiali! – Un altro ragazzo che qualche volta veniva con noi, portando così a cinque il numero dei componenti la comitiva, aveva sulla faccia un fazzoletto di seta nera perché allora era senza naso e dovevano rifargli il viso. Era andato al fronte direttamente dall’accademia militare e lo avevano ferito meno di un’ora dopo il suo arrivo in prima linea. Gli ricostruirono la faccia, ma lui veniva da un’antichissima famiglia e così non riuscivano mai a fargli il naso giusto. Poi andò in Sudamerica a lavorare in una banca. Ma quello di cui racconto accadde tanto tempo fa, e allora non sapevamo, nessuno di noi lo sapeva, come sarebbero andate, dopo, le cose. Allora sapevamo soltanto che c’era ancora la guerra, ma che noi non ci saremmo più andati.
Avevamo tutti le stesse medaglie, tranne il ragazzo con la benda di seta nera sul viso, lui non era stato al fronte abbastanza tempo per guadagnarsi una medaglia. Il ragazzo alto dalla faccia pallidissima che doveva fare l’avvocato era stato tenente degli arditi e aveva tre medaglie del tipo di cui noi ne avevamo una sola. Per molto tempo era vissuto fianco a fianco alla morte e aveva un’aria piuttosto distaccata. Avevamo tutti un’aria piuttosto distaccata, e non c’era nulla che ci unisse tranne il fatto che ogni pomeriggio c’incontravamo all’ospedale. Anche se, mentre andavamo al Cova attraverso la parte meno raccomandabile della città, camminando nel buio, con luci e canti che uscivano dalle osterie, e dovendo certe volte imboccare una strada dove gli uomini e le donne si affollavano sul marciapiede, cosa che ci costringeva a urtarli per passare, ci sentivamo uniti dal fatto che era successo qualcosa che loro, le persone che ci avevano in uggia, non potevano capire.
Quanto a noi, capivamo bene il Cova, che era comodo e caldo e non troppo vivamente illuminato, e rumoroso e pieno di fumo a certe ore, e c’erano sempre ragazze ai tavoli e giornali illustrati su una rastrelliera appesa al muro. Le ragazze del Cova erano molto patriottiche, e io scoprii che in Italia le persone più patriottiche erano le ragazze dei caffè, e credo che lo siano ancora.
All’inizio i ragazzi furono assai gentili, s’interessarono alle mie medaglie e mi chiesero cos’avevo fatto per guadagnarmele. Mostrai loro i documenti, che erano scritti in uno stile bellissimo e pieno di fratellanza e abnegazione, ma che in realtà dicevano, tolti tutti i fronzoli, che mi avevano assegnato le medaglie perché ero americano. Dopodiché il loro atteggiamento verso di me cambia un tantino, anche se, di fronte agli estranei, ero sempre un amico. Ero un amico, ma non più veramente uno di loro, quand’ebbero letto le citazioni, perché per loro era stato diverso, per guadagnarsi le medaglie, avevano fatto cose ben diverse. Io ero stato ferito, questo è vero; ma tutti sapevamo che essere feriti, dopo tutto, dipendeva solo dal caso. Non mi vergognai mai dei nastrini, però, e qualche volta, dopo l’ora del cocktail, immaginavo di aver fatto, per guadagnarmi le medaglie, tutte le cose che avevano fatto loro; ma la sera, tornando a casa per le strade vuote col vento freddo e tutti i negozi chiusi, cercando di tenermi vicino ai lampioni, sapevo che quelle cose non le avrei fatte mai, e avevo una gran paura di morire, e spesso stavo a letto, di notte, tutto solo, chiedendomi come mi sarei comportato quando fossi tornato al fronte.
I tre con le medaglie erano come falchi cacciatori; e io non ero un falco, anche se un falco potevo sembrare a coloro che non avevano mai cacciato; loro, i tre, la sapevano più lunga, e per questo le nostre vie si separarono. Ma rimasi buon amico del ragazzo che era stato ferito il suo primo giorno al fronte, perché ora non avrebbe mai saputo come si sarebbe comportato; così neanche lui poteva essere accettato, e mi piaceva perché pensavo che forse neanche lui sarebbe diventato un vero falco.
II maggiore, che era stato un grande schermitore, non credeva nel coraggio, e quando stavamo seduti nelle macchine passava molto tempo a correggermi gli errori di grammatica. Mi aveva fatto i complimenti per come parlavo l’italiano, e insieme conversavamo con molta disinvoltura. Un giorno avevo detto che l’italiano mi sembrava così facile che non riuscivo a provare un particolare interesse per questa lingua: tutto era così semplice da dire… – Ah, si, – disse il maggiore. – Perché, allora, non comincia a studiare la grammatica? – Cominciammo dunque a studiare la grammatica, e subito l’italiano diventò così difficile che non ebbi più il coraggio di rivolgergli la parola finché non ebbi la grammatica sulla punta delle dita.
Il maggiore veniva all’ospedale con molta regolarità. Penso che non avesse saltato un giorno, anche se sono certo che non credeva nelle macchine. Ci fu un periodo in cui nessuno dei due credeva nelle macchine, e un giorno il maggiore disse che erano tutte sciocchezze. Allora le macchine erano nuove ed eravamo noi che dovevamo provarle. Era un’idea idiota, disse lui, una teoria come un’altra. Io non avevo imparato la grammatica, e lui disse che ero uno stupido, una persona impossibile, e che mi dovevo vergognare, e che lui era stato uno sciocco a disturbarsi per me. Era un uomo piccino, sedeva impettito sulla seggiola con la destra ficcata nella macchina e guardava il muro, diritto davanti a sé, mentre le cinghie andavano rumorosamente su e giù facendogli muovere le dita.
– Che farà quando la guerra finirà, se finirà? – mi chiese. – Attento alla grammatica!
Andrò negli Stati Uniti.
E’ sposato ?
– No, ma spero di sposarmi.
– Tanto peggio per lei, – disse. Pareva arrabbiatissimo. – Un uomo non deve sposarsi.
– Perché, signor maggiore ?
– Non mi chiami « signor maggiore».
– Perché un uomo non deve sposarsi?
– Non può sposarsi. Non può sposarsi, – disse rabbiosamente. – Se non vuol perdere tutto, non dovrebbe mettersi nella condizione di perderlo. Non dovrebbe mettersi nella condizione di perdere. Dovrebbe trovare delle cose che non si possono perdere.
Parlava rabbiosamente e con grande asprezza, e parlando teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
– Ma perché dovrebbe necessariamente perderlo?
– Lo perderà, – disse il maggiore. Stava guardando il muro. Poi abbassò gli occhi alla macchina e strappò via la manina dalle cinghie e se la batté con forza sulla coscia.
– Lo perderà, – disse, quasi urlando. – Non discuta con me! – Poi chiamò l’assistente che badava alle macchine. – Venga a spegnere quest’ordigno maledetto.
Tornò nell’altra stanza per la cura con la luce e il massaggio. Poi lo sentii chiedere al dottore se poteva usare il suo telefono e chiuse la porta. Quando rientrò nella stanza, io ero seduto in un’altra macchina. Lui indossava la mantella e aveva il berretto in testa, venne dritto verso la mia macchina e mi mise una mano sulla spalla.
– Sono veramente desolato, – disse, e con la mano buona mi diede un colpetto sulla spalla. – Non volevo essere scortese. Mia moglie è appena morta. Deve perdonarmi.
– Oh… – dissi, sentendomi male per lui. – Mi dispiace tanto.
Rimase là mordendosi il labbro inferiore. – E’ molto difficile, – disse. – Non riesco a rassegnarmi.
Il suo sguardo mi attraversava e si perdeva alle mie spalle fuori dalla finestra. Poi il maggiore si mise a piangere. – Sono assolutamente incapace di rassegnarmi, – disse con voce strozzata, e poi, piangendo, a testa alta, con lo sguardo vuoto, con un’andatura rigida e marziale, con le guance rigate di lacrime e mordendosi le labbra, passò davanti alle macchine e uscì dalla porta.
Il dottore mi disse che la moglie del maggiore, che era giovanissima e che lui aveva sposato soltanto dopo essere stato esentato dal servizio per invalidità, era morta di polmonite. Si era ammalata solo qualche giorno prima. Nessuno si aspettava che morisse. Il maggiore non venne all’ospedale per tre giorni. Poi arrivò alla solita ora, portava una benda nera sulla manica dell’uniforme. Quando tornò, appese al muro c’erano delle grandi. fotografie in cornice di lesioni di ogni genere, prima e dopo la cura con le macchine. Davanti alla macchina usata dal maggiore c’erano tre fotografie di mani come la sua che erano completamente guarite. Non so dove il dottore fosse andato a pescarle. Da quello che avevo sempre sentito dire, noi eravamo i primi a usare quelle macchine. Le fotografie non contarono granché per il maggiore, che ora si limitava a guardar fuori dalla finestra.

***

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.