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L’urna

L’ URNA

 

 

 

 

Il Sole mattutino faticava a penetrare le chiome selvagge degli alberi, si innalzavano alti, protesi verso il cielo come un inno; piegati dal vento restituivano la rugiada al profondo lago del nord. Si potevano quasi vedere le stille che furiose si staccavano dalle foglie per approdare sulla battigia, in attesa che la risacca le portasse via.

Jhonas correva come suo solito misurando l’ampiezza del lago, era una abitudine mattutina prima di andare a lavoro. La corsa lo caricava in previsione delle monotone giornate che conduceva e che finivano in un ufficio comunale ad aria condizionata.

C’era molta nebbia quella mattina, più del solito, non che fosse inusitata in quel periodo dell’anno, però era persino difficile scorgere una barca a dieci metri dalla riva. Correndo non si accorse di aver scavalcato di slancio un oggetto tondeggiante, lo sfiorò con l’estremità dell’alluce destro fermandosi qualche metro più in là,

era un’ anfora grigia finemente intagliata, si avvicinò senza toccarla, sembrava essere un antico cimelio, lo sguardo si fissò su un disegno raffigurante un’orazione funebre, la caligine aveva appannato tutto, tranne quel disegno impresso a forza di scalpello.

L’impiegato si fece coraggio la sollevò dalla battigia, avvertì un peso inaspettato e questo lo convinse a rivolgersi alle autorità, sulle prime non fece caso alla oscura raffigurazione ma poi avvertendo quella pesantezza, certamente non dovuta all’anfora, pensò che sarebbe stato meglio farla aprire da qualcun altro.

Si recò al distretto di polizia più vicino, i paesi scandinavi vivono nell’ordine più assoluto e il cittadino è collocato al vertice della società, aprendo la porta Jhonas fu accolto con grande educazione, espose i fatti e l’indomani la misteriosa anfora fu prelevata e sottoposta a verifiche accurate. Non seppe più niente, Jhonas, per diversi giorni e questo lo incuriosì non poco, decise di rivolgersi ancora una volta alla polizia per sapere che fine avesse fatto l’oggetto da lui rinvenuto, il capitano alla sua domanda rispose senza troppi preamboli, dicendogli che quell’anfora era un’urna cineraria contenente ceneri umane. Quell’evento turbò Jhonas, assuefatto ad una vita priva di sussulti, piatta e monotematica. Per giorni non riuscì a chiudere occhio impegnato come era nel rispondere alle domande che sorgevano spontanee in lui.

Come ogni mattina durante la sua canonica sgambata, descriveva il brumoso lago correndo e pensando continuamente a quell’anfora, all’interno del fitto bosco sorgeva una casa, che ignorò il giorno in cui incespicò sull’oggetto del suo tormento. Il tetto era ricoperto da coppi irregolari appesantiti dal muschio e sbeccati, la facciata appariva scalcinata, era una casa signorile in decadenza. Dal suo punto di osservazione si potevano notare gli stucchi che adornavano le finestre, quasi mai baciate dal Sole, attraverso gli alberi si affacciavano bifore da cattedrale, davanzali gravati da opere vascolari rimpicciolivano le finestre.

Dopo una breve indagine venne a sapere che la villa era abitata da un anziano professore di latino di origini tedesche Peter Von Verten, il quale, infermo, era costretto a vedere il mondo attraverso le aperture delle bifore, tenute discoste a forza d’arcate. Del professore dicevano che fosse un uomo colto, in gioventù coraggioso e che conoscesse la storia delle genti che vissero da quelle parti in epoche passate. Jhonas cominciò a pensare che potesse svelargli il segreto dell’ urna. Una settimana dopo, raccolta un po di audacia, si decise ad andarlo a trovare, compose il suo numero telefonico, lo lasciò squillare a lungo e prima dell’ultimo squillo sentì dall’altro capo della cornetta una voce stridula che diceva: “Pronto chi parla? Jhonas si finse giornalista,“scusi il disturbo mi chiamo Jhonas e sono un giornalista, vorrei parlare con il professor Von Verten” ,“ a proposito di cosa?” Lo interruppe la badante “A proposito di un ritrovamento avvenuto proprio sotto la sua villa”, “Attenda un istante” rispose lei, e lo lasciò al telefono per diversi minuti; tornata disse con tono chiaro “ potrà venire domani sera alle diciotto in punto, mi raccomando per il professore è importante essere puntuali”e riattaccò immediatamente.

Per raggiungere la casa si doveva imboccare una stradina secondaria, una mulattiera fatta di ciottoli e pietre levigate a ridosso del lago. Jhonas sentiva ad ogni passo la pressione delle pietre, che si facevano sempre meno levigate man mano che saliva. Terminata la salita uno slargo precedeva l’uscio della casa, piante rampicanti l’abbracciavano fin sotto il patio che si protendeva frontale, si avvicinò e suonò il campanello con decisione, ad aprire venne la badante, una donna di mezza età dagli occhi spenti, la quale lo fece accomodare in salotto. Seduto su una poltrona, che sembrava essere stata spostata appositamente, ammirò le deliziose suppellettili, la stoffa sericea che ricopriva ogni cosa, conferiva calore e morbidezza al luogo, il lampadario pendeva sulla sua testa, minaccioso coma la spada di Damocle.

Il Sole era già sceso, e il suo vagare qua e là con lo sguardo fu interrotto da una voce scura ma garbata, era quella del professore che invitava la sua collaboratrice a lasciarlo camminare da solo; lo vide entrare nel salotto da una stanza adiacente era avvolto da una vestaglia bellissima, il suo incedere appesantito dall’età, ma deciso si sedette difronte a me: “salve signor Jhonas, dicono che lei sia un giornalista locale” la voce del professore era tonante, strideva con le sue condizioni fisiche “ Sì…sì lo sono…e scusi il disturbo” Jhonas diede una risposta esitante, bloccato dalla bugia con la quale si era presentato. “Allora mi dica, a cosa devo questa visita?” disse impaziente, “ vede… non so se ha saputo ma circa due settimane fa è stata rinvenuta sulla battigia un’urna cineraria, la cronaca locale sino ad ora non ne ha cavato un ragno dal buco, ed io sono qui per farle alcune domande”, “a si? Ancora un’urna?”,come ancora!? Jhonas rimase di stucco, “ ma si, il lago le sta restituendo tutte, lei è troppo giovane per ricordare quello che avveniva qui, più di cinquant’ anni fa”, “ a si e cosa avveniva?” Jhonas tentava di incalzarlo “vede una volta questo era un posto molto diverso, meno rumoroso, ma appesantito da una realtà che oggi solo chi ha la mia età può ricordare. Dall’altra parte del lago sorgeva un edificio, demolito alla fine degli anni sessanta, dove un medico carnefice uccideva e poi cremava su commissione chiunque volesse togliersi la vita, per una ragione o per un’altra”. Jhonas rimase sconvolto da quella confessione e per qualche istante non seppe cosa dire, poi: “che fine a fatto il medico?” “è morto prima di essere arrestato” rispose il professore, “perché mai si prestò ad una attività cosi aberrante, uccidere persone per poi cremarle lasciando che il lago le accogliesse nel suo grembo?”, “ma, chi lo sa, forse aveva trovato il modo di ingrossare le proprie tasche, o forse andava incontro alle richieste dei suoi pazienti, che lo imploravano di porre fine all’atroce sofferenza della malattia”. “la sofferenza, il dolore, ma si può decidere di morire per evitarle? Non sono appannaggio dell’umanità? “ E’ possibile che gli uomini, dopo tanti secoli, non abbiano capito che il dolore e la sofferenza nascono insieme a noi e che la mortalità non si può curare?”. Il professore fu colpito dalla sensibilità di Jhonas e rispose: “ Evidentemente la fragile natura umana respinge gli aspetti oscuri della vita, si rifiuta di viverli, abbiamo semplicemente paura caro ragazzo, la paura non ci riguarda quando stiamo bene e ci coglie sempre impreparati quando il nostro corpo comincia lentamente a spegnersi”. “ La vita va vissuta anche nell’estremo dolore, il suicidio, l’eutanasia, non li ho mai concepiti perché ritengo che la vita sia… gratitudine”. Jhonas continuò a intrattenere un dialogo virtuoso con il professore. “Non è la cura che dobbiamo cercare, ma è la guarigione, alla mia età è la guarigione dalle paure, dalle illusioni, dalle ipocrisie umane che si deve desiderare. E si deve abbracciare la logica degli opposti che è propria della dimensione umana; nell’uomo convivono bene e male, e non può esserci giorno senza la notte, luce senza le tenebre, vita senza la morte, la morte è con noi sempre ogni istante della nostra esistenza, talvolta troppo svagata. Io sono arrivato a questa conclusione, spero che anche voi giovani possiate arrivarci”. Ci fu silenzio tra loro, un silenzio gravido, disturbato soltanto dai rumori della badante, intenta a preparare l’iniezione di insulina prima della cena.

Jhonas guardò fuori dalla finestra, la nebbia sottraeva alla notte la sua oscurità e copriva il lago, come un lenzuolo freddo.

Si alzò, salutò il professore il quale disse: “ Mi piacerebbe leggere il suo articolo quando diventerà giornalista”, Von Verten aveva capito che Jhonas non era un giornalista, ma un ragazzo curioso e intelligente, e pensò che tuttavia anche lui avesse voglia di raccontare quella storia a qualcuno prima della fine.

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.