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L’orologiaio

 L’OROLOGIAIO

 

 

 

Erano già le sette della sera e sedeva su una panchina del giardino comunale, era sbracato come un guappo e volgeva lo sguardo sopra di sé tentando di vedere uno spicchio di cielo, fra le conifere, che svettavano alte e come pugnali ferivano le nuvole.

Lo sguardo seguiva il fusto degli alberi, la corteccia, le ramificazioni, i nodi; gli uccelli come saette si infilavano tra le fronde per il riparo notturno. Era lì, davanti a sé una pozzanghera torbida come lo Stige non rifletteva nulla, il vento agitava le folte chiome piegandole ritmicamente e tutto era pesante, poiché la pioggia del mattino aveva reso uliginosa la terra, bagnato le panchine, levigato la ghiaia, innaffiato le rose delle aiuole. L’autunno si era annunciato così, con un fortunale improvviso che mutò l’aspetto di ogni cosa, i colori e l’odore della natura.

A un tratto la sua attenzione fu rapita da un signore dall’espressione curiosa che procedeva lento, a piccoli passi sostenendo con dignità un carico d’anni notevole. Decise di scrollarsi di dosso quell’ozioso torpore domenicale e di seguirlo con discrezione, sembrava un grande vecchio, tutti lo salutavano con trasporto e dicevano: “Salve…come sta?” Ed egli rispondeva annuendo, spiegando un sorriso

educato che si abbassava straccamente al suolo. Lo vide imboccare strade secondarie che non aveva mai percorso, il passo era sempre lo stesso, cadenzato, un po’ vacillante. Dietro l’ultimo angolo di una viuzza in salita Giacomo si trovò di fronte uno slargo, che appariva in disordine, come se di lì fosse passata una fiera, seguì la sagoma dell’anziano mentre si accingeva a salire le scale di una vecchia casa, non gli staccava gli occhi di dosso, a un tratto sentì una voce da baritono che lo chiamava: “Ragazzo!…Ragazzo! E’ il vecchio che stai seguendo che ti parla…non girare la testa ora qui ora là, sono proprio sulle scale, ti parlo dandoti le spalle…Giacomo fu sorpreso, credeva di averlo seguito con discrezione senza farsi vedere ma Isaia, l’orologiaio, era vispo, arguto come una volpe e non gli era sfuggito. “Vieni, vieni giovanotto, entra in casa è l’ora dell’aperitivo” disse. Giacomo rispose: “ Ma certo perché no…arrivo”. Isaia era l’orologiaio del paese, apparteneva ad una famiglia che svolgeva quel mestiere da generazioni, era ebreo e nel 1938 quando furono introdotte le leggi razziali dovette riparare negli Stati Uniti, ospite di una cugina. Tornato in paese riprese la sua attività con entusiasmo e quando conobbe Giacomo era in pensione ma continuava ad accomodare orologi, a fare piccoli lavori.

Isaia precedeva Giacomo che lo osservava curioso. Mentre frugava nelle tasche per trovare la chiave si voltò verso il ragazzo e disse : “ Io mi chiamo Isaia e tu?”, “Io Giacomo…forse l’ho indispettita seguendola mi dispiace”, trovò la chiave il vecchio e, infilandola nella toppa: “ Ma no figurati…anzi sono lieto di avere un ospite questa sera”. L’orologiaio aprì la porta e Giacomo fu investito da un forte odore di cuoio, strisce lunghe un metro erano appese alla parete in fondo, l’ingresso era ampio e ad ogni vano si accedeva da un corridoio poco illuminato. Il laboratorio era proprio lì alla destra del pianerottolo, il vecchio vi s’imbucò come un topo che si salva e invitò il ragazzo ad accomodarsi. Seduto al centro della stanza Giacomo osservava ogni cosa, la superficie del tavolo da lavoro nereggiava per la quantità di viti, molle e quadranti che la appesantivano. Una grossa lente di ingrandimento era issata su di un supporto metallico e fissava un minuscolo ingranaggio. Sul pavimento trucioli, ancora viti e cinturini sparsi ovunque, un orologio a pendolo segnava le otto e i rintocchi intonavano una ninna nanna bellissima. Giacomo fissò l’orologio che emetteva la melodia, poco più in là era seduto Isaia che disse: “ Sai questa ninna nanna addormentava mio nipote quando era in fasce, ora è adulto e non ha più memoria di questo…gli aperitivi sono già pronti, se vuoi…Ma il ragazzo era continuamente attratto dagli oggetti, dai libri sistemati su una scaffalatura a pochi centimetri dal soffitto, erano incorniciati persino degli aforismi, tra i quali spiccava quello del filosofo latino Seneca :“Temporis profundi vastitatem”, immagina l’immane vastità del tempo. Il ragazzo non fece in tempo a volgere lo sguardo che Isaia presentendo la domanda disse: “ E’ sì…Seneca la sapeva lunga quando ci parlava del tempo…diceva che è una nostra invenzione e che l’esistenza dell’uomo non può essere concepita al di fuori di esso. Io che faccio l’orologiaio non potevo non approfondire questo tema…La vita di ciascuno di noi non può prescindere dai minuti, dalle ore, dagli anni, tutto è legato al tempo, si nasce e si muore entro il tempo. Talvolta penso a quanto siamo sciocchi, facciamo progetti come se dovessimo vivere per sempre…che strani che siamo.

Giacomo ascoltò con attenzione e non nascose un leggero stupore dinanzi all’interesse filosofico mostrato da Isaia: “ Io sono giovane ma mi rendo conto che alle volte siamo sciocchi a guardare troppo in là…e poi chissà, dicono che il tempo non ci sarà più dopo morti…il passato, il presente e il futuro sono categorie umane e tutto svanirà oltre quella soglia.

No, non tutto” replicò il vecchio Isaia, “ Sei solo un ragazzo, ecco perché la pensi così, quel giorno per te è ancora lontano,davanti hai almeno mezzo secolo di vita e tante esperienze da maturare, ci vuole tutta una vita per imparare a morire…alla mia età la strada da percorrere è sempre più breve ed incerta…e se mi volto vedo tutto quello che sono stato,in fondo da vecchi si appartiene al passato, si è come chiusi in una nicchia. Una volta qualcuno disse che la vita è una goccia d’acqua, lo è ognuno di noi nella propria individualità. Rispondi, cosa capita ad una goccia d’acqua quando cade nel mare e sparisce come goccia? Giacomo intimidito dalla domanda rispose incerto: “Svanisce, Isaia”. “No…no… a sparire è la goccia d’acqua ma all’acqua della goccia non succede niente. Si unisce a tutto il mare, a tutto il divino e non perde la sua vera natura”.

Ma così la morte smette di essere un problema” disse Giacomo , “smette di esserlo per la persona, continua ad esserlo per l’individuo egoista e bramoso di superficiali mondanità”.

Il ragazzo assaporò le parole di Isaia, ci fu silenzio fra loro, poi lo sguardo gli cadde su una stampa raffigurante il Narciso del Caravaggio, era appesa alla parete accanto all’orologio a pendolo che segnava le undici della sera. La bellezza dell’opera lo colpì: questo giovane piegato su uno specchio d’acqua fin quasi a sfiorarlo.“Quello è un regalo di mio fratello, Caravaggio è il mio pittore preferito” disse con entusiasmo l’orologiaio “e il mito di Narciso è la storia più bella che abbia mai letto…la conosci Giacomo? Sempre più sorpreso dalla cultura di Isaia rispose di non conoscerla. “Posso raccontartela?” Incuriosito Giacomo rispose di si.

Lo specchio ci porta ad un argomento molto interessante sai, cominciò Isaia, quando ci specchiamo vediamo la nostra immagine riflessa, ma non come ci vedono gli altri. Gli specchi di una vecchia casa, ad esempio, ci parlano delle persone che prima di noi l’hanno abitata…con un po’ di fantasia possiamo scorgere un volto di donna che si terge il sudore o intenta a pettinarsi le lunghe trecce, la fatica di un uomo con un mobile sulla schiena, un bambino che corre dalla mamma dicendole: posso giocare alla pallacorda?…Ebbene il mito di Narciso è l’archetipo di ogni immagine riflessa.

Narciso era un essere meravigliosamente bello ma inconsapevole di esserlo. Egli era amato perdutamente da una ninfa, Eco, il cui amore andò perduto perché non corrisposto, e l’amore non ricambiato la condannò alla sparizione, a un’ombra, e di Eco rimase soltanto la voce e il resto era ombra. Narciso un giorno, per caso, vide per la prima volta la propria immagine riflessa in un laghetto, e lì si fissa…e questo fissarsi di Narciso di fronte alla propria bellezza, è la morte…è lo scomparire, Tiresia l’indovino lo predisse: “Narciso vivrà finché non conoscerà se stesso”. Ci si fissa allo specchio perché prima si è maschera e poi non si è più”.

Ti è piaciuta la storia? Il mito di Narciso è questo, Giacomo. Il ragazzo era talmente affascinato che annuì soltanto, “Il finale è stato scritto da un altro però”, chiosò Isaia, “vuoi che continui?” disse al ragazzo, “ora lo esigo”, replicò simpaticamente Giacomo.

Quando Narciso morì le ninfe, gli elfi e le oreadi andarono ad interrogare nientemeno che il laghetto, e dissero: Tu che lo hai visto, descrivici la sua bellezza poiché per noi egli è un mito ormai perduto, lo hai conosciuto, è in te che si specchiava, parlaci!…E calmo il laghetto rispose: Io non so nulla di Narciso, ma come! Si specchiava in te e non ne sai niente? Incalzavano gli spiriti del bosco

No…no… Ma come si specchiava in te! …no, precisò il laghetto, veramente ero io che mi specchiavo in lui”… E’ tutto qui Giacomo, su questa piccola storia occorre riflettere…ricorda, tutto è esperienza interiore, traine le conseguenze.

L’orologio a pendolo batteva la mezzanotte, si era fatto tardi e Giacomo si alzò di colpo dalla sedia, salutò Isaia con un abbraccio, imboccò l’uscio, scese le scale di corsa e andò a casa. Al ragazzo pareva impossibile che prima d’ora non avesse mai conosciuto una persona straordinaria come Isaia, il paese così piccolo come era non lasciava scampo, tutti vedevano tutto.

Allora decise di domandare alla madre, se avesse mai conosciuto Isaia l’orologiaio,

ed ella rispose: “ Ma certo figliolo era una persona deliziosa…peccato che tu non l’abbia potuto conoscere, morì prima della tua nascita”. Giacomo tacque e dopo un attimo di smarrimento si rese conto di aver vissuto uno splendido sogno, strinse forte la madre, le diede un bacio e andò in camera sua.

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.

2 Risposte a “L’orologiaio”

  1. Scusa cugì ma seguo il vibrar dei titoli.. Mi piace molto il soggetto del brano ma lo trovo monco, paradossalmente per il troppo che hai inserito.. in un brano un mito e un filosofo e che cazzo..! mi par troppo..! scherzo, ma non troppo! giovane – vecchio= contrasto; il giovane come fa ad essere sempre consapevole e in accordo con il vecchio? un bel dialogo tra chi crede e chi non crede..!? un pochino di dubbio non guasterebbe. Non guasterebbe guardarsi allo specchio e domandarsi se son solo cavolate o meno. Ci diciamo alla fine che non sono cavolate, ma il dubbio dona al racconto e all’anima. Scusa ma provo a pungolarti perché ritengo che sia quello che vuoi. In realtà il passo sul tempo lo trovo di ispirazione e degno di un fantasma alla seneca.
    Al prossimo ciao

    1. Sono contento che tu stia seguendo il “vibrar” dei titoli…Le storie che narro, talvolta, sono interpolate dalle esperienze culturali che hanno scavato solchi dentro di me. Il tuo pungolo non può che farmi bene, continua a leggere.
      Il racconto è sospeso, come lo sono un pò tutti, lascio al lettore la facoltà di continuare o meno.
      Ho intenzione, come te del resto, di pungolare la vostra immaginazione che è la parte dominante dell’uomo. Al prossimo commento, ciao

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