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L’inganno

L’ INGANNO

 

 

Giovanni Capzioso, questo è il nome del protagonista della nostra storia. Il signor Capzioso, o meglio il dottor Capzioso come era solito rammentare a coloro i quali lo conoscevano per la prima volta, era un uomo borioso ed egoista e aveva da poco superato i cinquant’anni quando decise di candidarsi a sindaco del suo paese d’origine. Un piccolo borgo ai piedi dei Colli Euganei investito costantemente dal vento, dove il Sole gettava sporadicamente una luce purgatoriale, è così che appariva Biacco, il suo paese. Gli abitanti di Biacco erano persone semplici, dedite al lavoro e alla famiglia, gli amministratori venivano designati bonariamente, ascoltando le parole pronunciate nelle pubbliche piazze, riponendo fiducia nella realizzazione delle promesse annunciate dai futuri amministratori, eletti proprio per questo. Non conoscevano le aberranti consuetudini politiche delle grandi città, note con i vocaboli dotti di populismo e demagogia, ma non tardarono a rendersene conto rivedendo e ascoltando il dott. Capzioso. Il loro concittadino, dimenticato da molti ma ricordato dai suoi coetanei, i quali consapevoli del carattere duro e tirannico che già palesava a scuola, immaginavano come sarebbe andata a finire. La campagna elettorale si rivelò una dura battaglia a colpi di accuse, aggressioni verbali, e soprattutto promesse che vantavano il sigillo del loro mantenimento futuro.

Capzioso si rivelò un leone indomabile, grande affabulatore fece valere la sua maggiore cultura, la sua abitudine allo scontro e l’arguzia persuasiva del suo eloquio.

L’esito elettorale diede ragione alla splendente retorica del dottore, che si beava della vittoria ottenuta sbandierandola in ogni dove. Le tendenze egoistiche della sua amministrazione si manifestarono dopo qualche mese, quando cominciarono inesorabilmente ad essere elusi i progetti che gli consentirono di assurgere alla vittoria. Altro non faceva che coltivare il proprio “particulare”, a danno della collettività. L’intelligente popolazione di Biacco si accorse che qualcosa non andava, il potere non era trasparente, lottizzazioni abusive, si era tornati all’indivisibilità dei poteri che si concentravano nelle mani di una sola persona, la quale era libera di abusarne. L’assenza di un potere capace di controllare e raffrenare l’ambizione e l’avidità di un solo uomo, generò ben presto paturnie in seno alla comunità di Biacco. I giornali locali presero atto dell’errore commesso alle urne e quotidianamente un articolo al vetriolo sferrava attacchi violentissimi alla persona di Capzioso, il quale con altezzosa indifferenza rispondeva sciorinando la sua proverbiale sicumera.

Un giorno però la visitatrice silenziosa, democratica come sempre, bussò alla porta del dottor Giovanni Capzioso, il quale non poté sottrarsi alla sua condanna. Fu ritrovato nel suo ufficio con il busto piegato sulla scrivania, stringeva tra le dita una stilografica e sul foglio sottostante si poteva scorgere l’intestazione di una lettera, che scemava in una grafia incomprensibile, poi in linee spezzate, infine una lunga linea sbiadita, come se avesse disegnato il suo elettroencefalogramma.

La sua anima si presentò al cospetto dei ministri oltremondani, i quali domandarono dove preferisse trascorrere l’eternità se in paradiso o all’inferno, lui rispose senza esitare, “certamente in paradiso, però vorrei vedere per qualche istante l’inferno”; “ti accontentiamo subito” risposero. Improvvisamente si ritrovò dinanzi ad una porta finemente intarsiata, bussò, si aperse dopo pochi istanti, ad accoglierlo un diavolo in livrea, profumato, gentile, gli disse: “Prego si accomodi”, vide in lontananza anime che sorridevano, parlavano e si intrattenevano garbatamente, campi da golf, fiori rigogliosi, una serenità mai provata prima.

Tornò indietro e comunicò ai ministri la sua decisione definitiva: “ voglio andare all’inferno”. I ministri annuirono e si ritrovò di nuovo davanti a quella porta, come fece un attimo prima bussò, ma ad aprire questa volta c’era una creatura mostruosa dall’odore graveolente che lo prese per i capelli e lo scaraventò dentro, fiamme, urla, anime condannate all’eterno dolore, all’eterna fatica, lamenti e pianti dappertutto senza fine. Corse disperatamente verso la porta da cui era entrato e battendo i pugni sull’uscio disse : “Ma io avevo visto tutt’altro, cos’è quest’inganno!” E i ministri dall’alto, placidamente risposero : “Sciocco! Eppure dovresti saperlo, quella era la campagna elettorale”.

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.

Una risposta a “L’inganno”

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