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Un’onda alta tra le onde

UN’ONDA  ALTA  TRA  LE  ONDE

 

 

 

Una torre e poco più in là una finestra al di sopra di un muro, sostenuto a forza d’arcate. L’acqua di un temporale appena passato correva giù, seguendo le vie obbligate di una pianta rampicante, l’abbracciava come una coperta fredda. L’antica torre era lì, tetragona, sotto di lei la vita scorreva veloce, un respiro lungo secoli attraversava il borgo medievale e le anime di coloro che l’abitarono sembravano essere ancora presenti. “Mamma sono qui aiutami” si levò la voce argentina di un bambino, “ti metti sempre nei guai” rispose una donna alta, bruna, dai capelli luminosi.Non avresti dovuto toccare, quella pila di libri si è indispettita e ti è caduta in testa, ben ti sta !” continuò la donna mentre il bambino piangeva. Si era nei pressi di una bancarella di libri usati, alcuni molto vecchi una specie di incunaboli, i tomi indispettiti erano delle prime edizioni. La donna si inchinò per rimediare al disordine provocato dal figlio. Raccogliendo i libri le passò tra le mani un’edizione dell’Amleto, tradotto da Eugenio Montale. Lo sentì pesante e grezzo, il libro, sollevò la copertina color indaco e nella prima pagina era disegnata una giovinetta affascinante dalle ciocche flavescenti. “Un pezzo raro signora” la voce calda di un uomo la raggiunse, “la traduzione di Montale è una pietra miliare”. La donna si alzò e porse il libro all’ambulante – un tipo sulla sessantina, canuto e dall’occhio vispo – “tenga, scusi per il caos ma il bambino…” “ Per carità non si deve scusare, non è accaduto nulla” disse l’uomo. “Shakespeare non passa mai inosservato” continuò, “vorrei comperarlo ma ora non posso” disse la donna. “Io sono qui ogni prima domenica del mese, se mi promette che lo acquisterà glielo terrò in serbo”. “D’accordo, allora arrivederla”. La donna prese per mano suo figlio e si incamminò, pensava di raccontare al compagno il desiderio di acquistare quella copia dell’Amleto, poi, quasi trasalendo, il pensiero di non ritrovarlo più si fece forte. “Potrei non trovarlo più, il libraio potrebbe non mantenere la promessa” disse tra sé fermandosi, lasciando che il bambino la precedesse di qualche passo. “Sarebbe un peccato non possedere quella copia”. Riprese a camminare svelta ma il piccolo era una trottola irraggiungibile, correndo si infilò dentro la cavità di un albero. Era immenso e si trovava all’interno di un ampio cortile in fondo alla via su cui procedeva pensierosa. Piantato lì da secoli era stato testimone della vita di una rispettabile famiglia. Si divertiva, il piccolo, a contare le formiche che nereggiavano sul tronco, laboriose come le persone che abitavano quel grumo di case. I pensieri della giovane donna erano concentrati su alcuni passi dell’opera, mentre scoccava sguardi attenti verso il figlio…“Essere o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli porre loro fine”. L’attacco del monologo lo ricordò senza esitazioni, in quel momento crebbe il desiderio di acquistare il libro. Tornò indietro sospinta dal sole che la incalzava, il tramonto proiettava la sua ombra dinanzi ai passi decisi, accelerò e da lontano vide i resti della fiera decomposta.“Mamma mamma”, il figlio, uscendo dall’oscurità del tronco, era rimasto impigliato alla base di un ramo tagliato da poco e la sua voce, portata dal vento, la raggiunse. “Vieni amore, vieni facciamo in fretta”. Rispose la madre, voltandosi in mezzo alle cartacce. Il bambino si divincolò, sentì lo strappo, la paura fece da propellente e in un baleno si attaccò al braccio della donna. 

Il libraio canuto non c’era più, delle bancarelle erano rimasti solo frammenti di cartone, c’era silenzio attorno a lei e in un attimo pensò “è la condizione di noi tutti, dopo un po’ arriva un momento in cui c’è solo silenzio attorno a noi, i volti che abbiamo tanto amato vengono ingoiati dal tempo, orribile tiranno”. In quel borgo, di fiere, ce ne furono altre. Passarono molti anni, molti tramonti proiettarono ombre su quella strada polverosa, molte vite si alternarono fra quei viottoli in salita. 

Da lontano sembrava lo stesso : la torre era ancora lì, come la finestra e le arcate. Gli occhi di una giornata meravigliosa si posarono sul volto maturo di lei. Ancora splendida, i capelli erano raccolti da un fermaglio seminascosto. Cadevano di lato come una cascata dai flutti regolari. Si ritrovò sulla stessa strada, il grande albero dove si nascose il suo bambino era ancora lì, ma scempiato da una forte potatura. Il figlio era accanto a lei, ormai adulto, la teneva sottobraccio. Si ricordò di quando sua madre, nel pieno delle forze, lo prendeva in braccio e gli accarezzava la testa spingendola nel cavo delle sua spalla ad offrigli riparo. Ora era lui che la doveva proteggere dagli acciacchi dell’età, accaniti maramaldi. Proseguirono seguendo il clangore della ritrovata fiera, il sole alto gettava occhiate furiose rendendo pesanti i passi e lucenti le canali che scendevano giù, lungo le pareti scrostate e calde. In fondo, sulla destra, discosto dagli altri un giovane sulla trentina sistemava una serie di libri finemente rilegati. Lei alzò gli occhi e si fermò, con un movimento del corpo spostò il figlio in direzione del ragazzo, erano coetanei. Il figlio si domandava perché la madre fosse così attratta da quel giovane. Nel suo volto era impresso quello di un altro, conosciuto tanti anni prima. Come una maschera dai contorni e le curvature simili ma non uguali, quel volto ancora fresco, fece balenare il momento della promessa : “Io sono qui ogni prima domenica del mese, se mi promette che lo acquisterà glielo terrò in serbo”. Il ricordo si presentò come una epifania improvvisa e fece resuscitare una stagione dorata della sua vita : la giovinezza. Dietro ogni ricordo palpita un universo di antiche sensazioni e, un frammento del nostro passato che credevamo estinto per sempre rivive: riemerge un mondo fatto di odori, colori, volti, abitudini, mode, suoni, rabbie antiche e vecchie gioie che non potremmo vedere, ora, con gli occhi della carne. Seguendo un imperativo inconscio la donna si mise a cercare quell’Amleto, sebbene le speranze di ritrovarlo fossero minime. “Troppi anni sono trascorsi” si diceva. Intanto il giovane libraio entrò in conversazione con il figlio, si scambiarono risate, pacche sulla spalla : si davano confidenza come talvolta accade tra giovani della stessa generazione. “Anche mio padre era un venditore di libri” disse l’ambulante. Davvero? E ora dov’è?” rispose il figlio. “E’ in pensione già da qualche anno”. La donna trasalì ascoltando la conversazione. “Pensa che nel momento in cui mi cedette l’attività mi fece una raccomandazione, che non ho mai ben compreso ma ho sempre rispettato. Disse : “Non vendere l’Amleto tradotto da Montale, ci sono altre traduzioni puoi dare quelle”. Io cercai di capire e gli domandai il perché, “ho promesso ad una persona di tenerlo in serbo per lei”, mi sentii rispondere. “La parola data va mantenuta, ricordalo sempre figlio mio, non importa quanto tempo passerà. Nella vita incontrerai tanti ipocriti spocchiosi, ti capiterà di ascoltare false promesse e di riceverne, tu però non farti ingannare e sii sempre onesto”. La donna era lì accanto e ascoltava, un sorriso le chiuse gli occhi e rivide la copertina color indaco. Sfogliò il libro con le dita della mente, rivide la giovinetta disegnata sulla prima pagina, sentì la consistenza del libro, smise di immaginare e aprì gli occhi. “Sono io la persona a cui suo padre promise l’Amleto.” Il giovane libraio, sorpreso, disse : “signora sono già tre anni che è con me, e mio padre lo ha tenuto per ben ventisette, glielo mostro.” Emozionatissima la donna attese, il figlio le stava accanto. Misurava con lo sguardo i suoi passi, il libraio infilò le mani sotto al bancone e ne trasse la copia. Era proprio lei, gli anni erano passati ma il volume sembrava non aver subito l’onta del tempo. Ora poteva finalmente comperarla ed è come se l’ultimo tratto per chiudere il cerchio fosse stato tracciato. “La bellezza non dice mai addio ma solo arrivederci, diceva mio padre”. La donna prese il libro, lo strinse forte a sé e voltandosi salutò con un cenno della mano “questo saluto portalo anche a tuo padre e ringrazialo per l’encomiabile gesto”. “Presenterò senz’altro” rispose il giovane libraio. 

La torre era un’onda alta tra le onde, e lei la fissò. Indistinta sullo sfondo di nuvole si innalzava sino a trafiggere il cielo. A passi lenti il figlio sosteneva la madre, persa nelle pagine dell’Amleto.

 

 

 

 

Pubblicato da amicoproust

Giuseppe Cetorelli nasce a Roma il 10-07-1982. Compie studi tecnici e musicali. Si laurea in filosofia nel 2007 e consegue il diploma di sax in conservatorio. Appassionato di letteratura e filosofia, scrive racconti, testi per il teatro e recensioni musicali. Autore della raccolta di racconti "Camminando fra gli uomini" ha poi pubblicato un racconto in un volume collettaneo: "Il reduce" - Selenophilia (ukizero) edito da Alter Erebus. È fondatore e amministratore del blog letterario e filosofico www.amicoproust.altervista.org. È redattore del portale di attualità, informazione e cultura ukizero.com ed elzevirista de ilquorum.it. Ha rilasciato un'intervista ai redattori di occhioche.it, quotidiano online. È presente nel catalogo della rivista "Poeti e Poesia" con il racconto "Il Restauratore". È stato presidente e vicepresidente di un'associazione musicale, ha insegnato discipline musicali presso varie scuole private della regione Lazio. I suoi vasti interessi culturali e la propensione all'interdisciplinarietà lo hanno innalzato a vivace promotore di iniziative nei campi dell'arte e della letteratura.